Lei non fu il mio primo bacio, lei fu la prima volta che qualcosa di cui ignoravo l’esistenza mi scosse dal di dentro.
La storia di tutti, e tutti ci siamo sentiti toccati da privilegi quasi divini, declinati improvvisamente in drammi che con l’età fanno sorridere.
Era bellissima e stava con il mio migliore amico, quindi ero spacciato in partenza; la morale, la lealtà e la mia giovane età erano handicap insuperabili.
Fu così che compresi a quattordici anni il concetto di inarrivabile, nutrendo il mio neonato senso di inadeguatezza che successivamente divenne un gigante duro da sconfiggere.
E la scordai velocemente, smisi di ricordare la sua borsa piena di cose-da-giovane-donna, dimenticai il suo sorriso e la sua spensierata voglia di vivere.
Ma non così velocemente come fece il mio amico.
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Provavo una pessima sensazione, era come se il tempo fosse fermo, una risacca, un vortice che gira concentrico, verso destra.
Io immobile al centro che osservo.
All’improvviso una valanga di ricordi scaturita da quel paradosso, e prima e dopo, quanti possibili passati, quante teoriche evoluzioni, quante ipotesi, quanti “e se”.
La situazione era ordinaria eccetto un particolare: ero di nuovo scollato dalla realtà.
"La vuoi da mezzo, la bionda?"
Sorrideva con aria sincera, in bilico tra il divertimento e la curiosità.
"Sì, ma è meglio se ne fai due".
Continuavo a perdermi svogliatamente nei miei pensieri, riflettendo a proposito della noiosa condanna riservata ai presenti a quella infame imitazione di divertimento alternativo/intelligente.
Inconsciamente afferrai una sigaretta dal box che avevo in tasca e diedi inizio alle ricerche dell'accendino che, come sempre, era scomparso.
"Ottima idea una sigaretta".
E incominciò anche lei la ricerca del box perso nel mare-di-non-so-cosa che dava la non-forma alla sua sacca.
Alla simpatica scenetta, porsi il box di Pall Mall in segno di offerta, da vero uomo.
"Ti ringrazio, ma sono fortissime… Oh, eccole! Piuttosto accetta tu, una delle mie”.
Come dire no?
"Risparmiami almeno la ricerca dell'accendino!"
Offrii divertito l'accendino già acceso.
"Che bello, è vecchio, vero? Dimmi dove lo hai trovato, racconta!"
Disse con aria interessata.
Non lo so, la discussione non mi interessava, ero refrattario ad argomenti che ritenevo futili e volitivi, ma più per noia che per interesse raccontai la storia del Brass n° 5 tutta d’un fiato.
"Vedi, il design di tal modello è vecchio assai da quanto ne so riprende l'originale, che era semplicemente ottonato e lucido (da qui il nome) e non decorato finemente come codesto; questo accendino a benzina era in dotazione alla forza di invasione nazista durante la seconda Guerra Mondiale.
Esistono vari modelli, con decorazioni o semplicemente ottonati, argentati oppure dorati.
In Italia non sono molto diffusi, accendini ben più trend hanno saturato il mercato; è un oggetto carino ed economico, io lo ho trovato a quattordicimila lire -pressoché un'inezia- però nella Repubblica Federale di Germania, amici mi hanno confermato che lo trovi a sette marchi, ovvero lire... Incredibile, anche la tavola pitagorica, ho dimenticato - ah, sì. ..sette per sette quarantanove, circa cinquemila lire... ".
Con la mano destra rigirava abilmente il Brass su se stesso, con la sinistra teneva la sigaretta.
Rimase in silenzio con un’espressione deliziosamente divertita per cinque infiniti secondi, finché l'omino un po' strabico addetto alla spina della birra mi consegnò due boccali traboccanti di schiuma.
"Bene: ora sono sinceramente felice, ho le due birre che volevo, ho trascorso cinque minuti dannatamente simpatici, discorrendo, con giusta retorica, cadenza, tono praticamente perfetto per l'occasione, di un fottuto inutile accendino.
Ma alla fine non importa, perché anche queste parole contano poco o nulla, ora si torna alla realtà, tutti e due”.
Il suo sguardo si incupì.
"Ti è dispiaciuto aver atteso le birre in questo modo?"
Un attimo di riflessione, indecisione sul dirigermi verso il mio tavolino, una breve tirata nervosa di sigaretta ...
"No, direi di no. Cioè, sì e no... Ma è per l'accendino ".
"Penso di capire" triste, riuscì andare oltre al mio silenzio.
Mi sentivo in colpa per la situazione, mi sentivo l’idiota che ero.
Volendo sdrammatizzare replicai timido:
"Ed a te e dispiaciuta la conversazione?"
Istantaneamente: "No!"
Il suo sorriso mi accecò.
Altri due passi, la sigaretta a terra, schiacciata sotto il mio piede sinistro.
"Tu mi rendi felice".
Nella folla, dopo una decina di metri ritrovai il mio posto, il mio socio picchiava nervoso le dita sul tavolo tenendo il ritmo della musica: attendeva la sua birra.
“Scusami il ritardo, c’era coda”.
Cinque minuti di osservazione, guardando in possibili passati e futuri.
Ero tornato con due birre, confusione e la pessima sensazione di essermi perso qualcosa.
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Dopo avermi illustrato il trattamento, mi accomodai sulla comoda poltrona, sciogliendomi.
Ero stravolto dalla giornata lavorativa.
Esordì dicendo:
“Sai, prima di partire per Genova, sentivo che ti avrei incontrato lì, come fosse possibile poi trovare qualcuno in mezzo ad una manifestazione così vasta.
Questo pensiero mi è rimasto fino all’esplodere dei primi disordini, ed è tornato solo ora”.
Replicai appena fui in grado di parlare:
“Io a Genova non ci sono venuto, certe attività, per quanto me le senta ancora mie nei principi, le trovo ormai inutili e politicamente strumentalizzabili. Ora provo rabbia e tristezza, non solo per come sono andate le cose a piazza Alimonda, ma per il disincanto e lo scoramento che sta invadendo lo spirito di tutti quelli che ci credono ancora”.
Continuò nella sua opera per qualche minuto.
Dopo, appoggiò lo strumento non più sterile sul piano di lavoro, si tolse la mascherina e disse:
“E delle torri che ne pensi? Io sono molto preoccupata per quello che potrebbe succedere ora”.
“Io non so che succederà ora, e non mi preoccupo più di tanto. Non farebbe differenza.
Quello che è successo è il risultato di tanti anni di miope politica, sono stupito che non se lo aspettassero”.
Dopo i ringraziamenti, un memorandum dei seguenti appuntamenti e saluti di rito, mi accompagnò alla porta dello studio.
“Non lo so. Le cose stanno cambiando rapidamente. Io ci credo ancora ma ho paura”.
Stringendole la mano sorrisi:
“Tu credi ancora, quindi niente è perduto, vedi? L’unica cosa importante, secondo me, è salvaguardare la propria intima integrità.
Siamo piccoli ma senza noi stessi non c’è futuro, per noi, per chi c’è vicino, per i figli che verranno, per le nostre idee. Il resto è solo Storia con la maiuscola”.
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Se ti chiedo come stai, spesso non è perché voglio saperlo.
Quattro volte su cinque so già come stai, nella mia piccola testolina da maschio che mi ritrovo.
Mi piace pensare che il chiedertelo possa farti del bene, che sia funzionale al tuo reale stato.
Sento il bisogno di lasciare un timido segnale, non ho paura di quello che penso, di come lo esprimo.
Nonostante tutto ciò, sono felice quando piacevolmente mi sorprendi.
Antonio de
Marinaio e poeta, quindi probabilmente gay.
Antonio nasce nei territori ad Ovest, sull’oceano, nel secolo in cui le cose scorrevano lente.
Da piccolo è affascinato dalle utilitarie color carta da zucchero, rimane segnato dalle dispense divorate dentro una piccola serra di Pelargonium, sotto il pallido sole invernale, dissimulando malamente la paura per i missili sovietici.
All’epoca possiede la tessera numero 43 della piccola biblioteca civica.
Controtendenza, da ragazzo migra verso est.
Da qualche tempo risiede in laguna, o giù di lì.
Adora le bevande color veleno, ma con il tempo ne ha ridotto il consumo.
Cerca di evitare i luoghi affollati, ma spesso non gli riesce.
Odia l’ego dei musicisti, ma è affascinato dal loro genio.
Il de
Come da sempre.
(tratto da “fantapedia.it”)
Non è vero.
Nel 1995 ero un cazzone spiantato che non aveva ancora deciso cosa fare da grande.
Come ora del resto.
Con la differenza che all’epoca ero molto arrabbiato.
Ora sono solamente “triste e burlone”, come dicono alcuni amici, ma anche questa è parvenza.
La cosa è molto più semplice in realtà, ma ne parleremo un’altra volta.
Vivevo con poco, e mi riusciva bene, non avevo grandi esigenze, i miei genitori mal sopportavano ancora la mia ribellione, quindi un piatto caldo e un tetto non mi mancava.
Per tirare su qualche soldino lavoravo in una specie di locale, molto bello, essenziale, vero.
Era frequentato quasi esclusivamente da musicisti, artisti, presunti tali o consumatori di sostanze di varia natura.
Io ero tra quelli.
Nel locale fungevo da cameriere, barman, lavapiatti, cuoco, intrattenitore.
A volte con i gestori, due ragazzi miei coetanei, organizzavamo serate, concerti rock, feste più o meno improvvisate, i primi djset indie.
Il posto era abitato da sagome più o meno note, alcune sono ancora in circolazione, altri hanno cambiato vita, altri ancora sono scomparsi e presumibilmente non hanno fatto una bella fine.
Io ed il Mago eravamo tra questi.
Un artista mancato, capace di tutto, dalla fantasia sconfinata, il Mago era il sollievo e la soluzione di qualsiasi serata.
Per diversi anni è stato il promotore di mille avventure divertenti, scherzi allucinanti, di cui conservo ancora memorabilia.
Le spalle non mancavano, c’era la fila per poter “giocare” con il Mago.
Utilizzavamo una bacheca, appesa sul muro a sinistra dei bagni, per pubblicizzare le nostre cose.
Un giorno, leggendo una poesia di una ragazzina, inerente alla sofferenza della guerra in Jugoslavia, rimasi annichilito di fronte alla parete.
Era a dir poco terribile.
Ma io di più:
Titolo: “Vacuità”
Ven 27 2100
Sab 28 1700
Dom 29 2000
Lun 30 2100
Mar 31 2100
Mer 01 2100
Gio 02 -----
Ven 03 2100
Sab 04 2100
…e allora?
Era la mia risposta a quella che giudicavo bassa retorica e finta sensibilità di fronte ad una dramma di dimensioni colossali.
Qualche giorno dopo scoprii che la poetessa aveva strappato un secondo premio ad un concorso con il testo in questione.
Il Mago ironicamente mi fece notare che ero io quello sbagliato, non sapevo vendermi, ero troppo “avanti”.
Disse che avrei dovuto fare delle scelte ragionate se volevo vivere d’arte.
Per esempio avrei dovuto scegliermi un nome adeguato per firmare le mie opere.
Chiese un pennarello, appoggiò la sua pinta di bionda e scese dallo sgabello avvicinandosi alla bacheca.
Lesse il mio tovagliolino appeso e pensò qualche secondo.
Poi ci scribacchiò qualcosa sotto, e girandosi verso di noi annunciò con tono importante e greve:
“Da ora tu sei Antonio de
Manco dirlo che anche quella sera finì in gloria per tutti gli astanti.
Anche quell’estate trascorremmo qualche settimana nella grande casa di campagna dei nonni, e per recarci lì scegliemmo, come di rito, strade secondarie.
“Così facciamo prima, ed evitiamo il caos dell’autostrada” disse.
In realtà lei amava quel paesaggio, piatto e monotono, latifondi in monocultura, e di tanto in tanto, in lontananza, alberi secolari solitari e vecchie costruzioni fatiscenti.
Percorrendo stradine dritte, piene di buche, che a tratti si inerpicavano per gli alti argini dei canali di irrigazione, guardando fuori dal finestrino alla mia destra, mi resi conto per la prima volta che la mia concezione del lemma “spazio” era completamente fuorviante.
La nostra residenza estiva si trovava nella porzione di una grande casa colonica, chiusa e abbandonata da anni; era strutturata su tre piani, i primi due ospitavano molte stanze, il terzo era un gigantesco salone dall’alto solaio, accessibile tramite una scala dall’esterno, un tempo adibito a granaio.
Si trattava di una costruzione imponente e solida, ben visibile da diversi chilometri durante l’inverno, quando i campi attorno non ospitano culture; era resistita nei secoli alle guerre ed a una terribile inondazione che aveva devastato la zona cinquant’anni prima.
Ora sopravviveva all’emigrazione che l’aveva svuotata, progressivamente, negli anni.
L’unico inquilino rimasto nella grande casa era Briciola, una vecchia meticcia dalla coda mozza, abbandonato lì dai suoi padroni come guardiano.
Era una bestiola mansueta, leale ed orgogliosa, non si metteva mai sulla schiena mostrando la pancia come segno di sottomissione, e raramente cercava attenzioni e carezze, che comunque non disdegnava quando arrivavano.
Era il mio cane, ed io ero il suo surrogato di padrone, nessuno lo aveva deciso ma noi due sapevamo che era così, fin dalla prima volta che ci incontrammo.
Passammo i primi giorni lavorando sodo, rendendo la casa dignitosa.
Dopo, intervallammo giorni di vero riposo a brevi esplorazioni dei luoghi dove lei aveva trascorso tutta l’infanzia.
La nostra cattedrale era ospitale fresca.
Fu un Agosto particolarmente torrido quell’anno, la casa durante il giorno veniva puntualmente invasa da rospi, di tutte le stazze e colori, sembrano comparire dal nulla, come generati dal pavimento.
Il catturare quei buffi animaletti era una delle mie attività preferite; una volta presi li mettevo al sicuro ponendoli nel buio sottoscala del granaio, da lì sarebbero usciti comodamente all’aria aperta attraverso una breccia nella porta, appena calata l’oscurità.
Le giornate scorrevano lentamente, senza fretta.
Tendevamo a ridurre al massimo le mansioni di routine domestica, eccetto per la cucina.
A volte la mia tendenza ad evitare le corvee era fonte di diverbi, prontamente appianati dalla mia piena sottomissione.
Il resto del tempo lo passavamo tra film in vhs, letture leggere, lavori inconcludenti ed il letto.
Non parlavamo molto ed avevamo abolito la musica e gli orologi.
Di tanto in tanto in tanto si beveva, lei con allegra moderazione, io con sovente smodatezza.
Quell’anno, a differenza dei precedenti, eravamo partiti da soli e non attendevamo ospiti, sentivo la mancanza di un complice per le mie scorribande diurne.
Stefania preferiva rimanere al chiuso durante giorno, al massimo all’ombra del vasto porticato, così da evitare la calura del sole.
L’estate precedente, con Federica, avevamo aggiustato con mezzi di fortuna due vecchie biciclette recuperate nel granaio, che usavamo per i nostri giri nella vasta campagna circostante.
Una volta, dopo aver osservato ed inseguito degli strani uccellacci scuri dalle lunghe zampe, ci perdemmo lungo l’argine del Bresega, e dopo aver chiesto indicazioni a dei pescatori di siluri, ci ritrovammo non distante da casa, davanti ad un vasto campo di zucche arancioni, giganti, che giurammo di tornare a rubare la stessa notte, armati di carriola e pila.
La sera, una volta rientrati, la cucina sapiente di Stefania e troppo vino ci fecero dimenticare la cosa.
Ed ora, sinceramente, mi dispiace un po’.
Federica quell’estate non c’era, probabilmente era partita per iniziare il suo giro del mondo, non ancora concluso ad oggi.
L’estate precedente, vennero a farci visita anche Emanuele e Daniela.
Mentre le signore erano rinchiuse nel salotto per il tea, noi imboccammo camminando lentamente la strada bianca che si inoltrava verso i campi.
La stradina divenne poco più di un sentiero e ci ritrovammo circondati da fittissime righe di granturco; a quel punto Emanuele quasi trasalì per la quasi assenza di rumore, e per la perfetta assenza di eco.
“Lo senti?” disse applaudendo.
Le mani produssero un suono secco, perfetto.
Lo schiocco di una frusta.
“Esistono macchine che simulano i riverberi del suono in maniera quasi perfetta, ma questo esiste solo in natura”.
Applaudì di nuovo.
La cosa mi impressionò, non ci avevo mai fatto caso.
Quell’estate ero abbronzato, portavo capelli cortissimi, barba lunga e non curata, avevo fisico invidiabile, asciugato dalla dura stagione lavorativa appena finita.
Nelle escursioni in compagnia di Briciola, camminavo per ore, circondato da alti muri verdi impenetrabili e silenzio.
Il mais terminava dove iniziava un vasto frutteto, uno dei pochi non estirpati poche decine di anni prima.
Avevo avuto occasione di osservare delle foto della zona, scattate durante una primavera della fine degli anni settanta. Ovunque c’erano alberi in fiore che davano un aspetto e una luce completamente diversa al panorama, come fosse un quadro spettacolare impregnato di magia.
E non per merito della diversa polarizzazione delle pellicole usate in quegli anni…
Raramente ci capitava di incontrare qualche contadino e qualche pescatore nel nostro vagabondare.
E ancor più raramente qualcuno ricambiava il mio saluto, nonostante tutti sapessero segretamente chi ero, “il marito della Stefania, la nipotina di Santo”.
Allora imputavo questo fatto al mio aspetto poco ordinario e rassicurante per gli abitanti del luogo, abituati, a mio parere, ad una confortante semplice normalità nell’apparire.
In realtà, questa mia valutazione era viziata da pura e cieca arroganza.
Semplicemente ero uno straniero, tollerato ma alieno al loro mondo fatto ancora di ritualità semplici, consumate in ritmi blandi.
Passare il mio tempo lì, senza né orari ne scopo, mi piaceva.
Ormai sapevo orientarmi abbastanza bene nel territorio, tutto mi sembrava abbastanza familiare.
Pur non pensando mai alla mia vita ordinaria alla quale avrei fatto ritorno a breve, con i suoi ritmi ben più veloci, e le sue abitudini completamente diverse, sentivo sempre in me come un’ombra dentro.
La notte, prima di addormentarmi, spesso scrivevo, od almeno tentavo di farlo.
In casa, le zanzare erano terribili e non davano tregua, così spesso mi trasferivo al’esterno, dotato di lumini alla citronella ed agendina blu.
Una delle ultime sere della vacanza, mentre sbronzo come un marinaio in licenza mi godevo il fresco dell’oscurità accomodato sulla sdraio in mezzo all’aia, la mia fedele guardia del corpo iniziò ad abbaiare in maniera stranamente insistente.
Anche i grossi e pacifici pastori dei vicini si svegliarono, per darle il loro contributo
Io all’inizio la ignorai, preso com’ero dal mio scribacchiare vaneggi, ma con il suo ringhiare feroce mi convinse a seguirla, puntando senza esitazione alla recinzione, verso ovest, sotto gli olmi.
Guidato, frugai sotto un grosso cespuglio e trovai la causa di tanto trambusto, un riccio coraggioso, grosso almeno la metà di Briciola.
Dopo averlo stanato ebbi il mio da fare per tenerla a bada: voleva azzannarlo, la sciocca, incurante degli aculei.
Smise di creare trambusto e riprese a scodinzolare felice solamente dopo che, armato di vecchi guanti in crosta, lo presi tra le mani, liberandolo al di là del cancello che delimitava la corte dalla campagna aperta.
Tornai verso il mio comodo posto di guardia, con la volontà di scrivere questa storia, seguito dal mio cane felice.
La luna stava tramontando ed era già parzialmente nascosta dagli olmi.
Persi l’equilibrio, non so il perché, rovinando sulla sdraio, rovesciandomi addosso quel che restava del mio ultimo drink, il pesante posacenere, e le candeline alla citronella.
Quando riaprii gli occhi, il musetto di Briciola era a pochi centimetri dal mio viso, chissà da quanto tempo mi stava leccando.
Al momento, faticai a ricordare come ero finito lì in quella strana situazione, ma la cera calda, che era schizzata sulla t shirt, ustionandomi, fu immediato promemoria.
Poi, la mia infermierina, appena compreso che stavo bene, corse via chissà dove non facendosi vedere fino al pomeriggio successivo…
Ero ancora disteso a testa in su, con le braccia stese, come crocifisso; stavo bene in quella posizione, mi sentivo sereno.
Silenzio perfetto, solo il mio respiro, profondo e regolare.
Ora lei se ne era andata lasciandomi tutto il campo visivo libero, rivolto verso il cielo.
Proprio ora qui, adesso, ne sono certo: quella fu sicuramente la prima volta che guardai alle stelle.

Come potevo pensare che gli uomini fossero così pazzi da poter distruggere il loro mondo?
Ed invece…
Che fare ora?
Perso in mezzo al nulla, sopra ad un guscio di legno marcio, con un solo fedele compagno al seguito, senza né cibo, né armi.
Il buio intorno e nient’altro.
Avevo viaggiato per milioni di parsec sfidando cose che superano l'immaginazione ed il narrabile, avevo aspettato 102 anni nascosto sottoterra, per poter realizzare la grande profezia degli antichi.
Tutte le speranze del mio popolo erano affidate a me.
Nulla aveva più un senso.
Stupidi umani!
Vorrei sciogliere la mia rabbia su tutta quest’acqua ormai senza vita venendo meno alla mia vera natura, alla mia missione.
Ma non servirebbe a nulla.
Ho fallito.
Non ha senso più nulla.
Nulla.
Una mano forte sulla mia spalla, una voce mi riporta alla realtà:
“Signore, non disperate.
Non dovete abbattervi, nulla è perduto.
Ci troveranno, vedrete.
Ed ora cercate di dormire, presto avrete molto lavoro da svolgere”.
Sì, dormirò ancora un po’…
"Sing to me, voice of the fire...".
Vivere confortato dalla sicurezza della routine non era poi così disagevole.
Poi all’improvviso, anche la musica, che tanto gli aveva dato, divenne una serie di fastidiosi ronzii limitata da attimi di silenzio; e le passioni divennero abitudini, ed i sorrisi uno sforzo.
Iniziò a svegliarsi sempre più spesso nel mezzo della notte, sudato, con fiato grosso ed il cuore a mille, come nel bel mezzo di un combattimento.
Comprese che forse era arrivato il momento di rallentare.
La decisione non fu drastica all’inizio: gradualmente sfoltì il calendario degli impegni ufficiali, diradò uscite, iniziò a dire “no grazie”, dedicò più tempo a quelli che amava definire hobbies utili.
Poi smise di sorridere definitivamente, si rese conto che la necessità primaria era il distacco radicale, chiuse gli ultimi contratti, si accomiatò da colleghi, assistiti, parenti ed amici; a chi chiese dove-quando-perché risposte in maniera discreta e garbata, accennando a taluni di una lunga vacanza da sempre sognata.
Dedicò ancor più tempo a se stesso, alla casa, alle piante, alle gatte alle belle cose.
Ma la quiete durò poco, la bomba che aveva dentro al petto continuava a ticchettare incessantemente, sempre più forte.
Si liberò dell’orologio, parcheggiò l’auto per l’ultima volta, regalò la televisione, smise di pagare il provider, spezzò le sim, tenendo però i telefoni come reliquie di un tempo ormai andato.
Distrusse gli apparecchi una notte, poco tempo dopo, durante un rabbioso esorcismo atto ad allontanare la società e la sensazione orribile che provava immaginando l’ipotetico ritorno.
Limitò i consumi smettendo di mangiare regolarmente, alimentandosi solo quanto e quando il suo corpo richiedeva; con lui, anche la casa perse ogni segno distintivo, diventando semplicemente una dimora essenziale, appena al di sopra della soglia del “socialmente accettabile”.
Fu allora che iniziò a dimenticare il valore del denaro e la nozione del tempo.
Come fosse una conseguenza di ciò, amici e conoscenti iniziarono a dimenticarlo.
Gli altri, il resto della società, quando lo incrociavano, nelle sortite al di fuori della sua tana durante il giorno, fingevano di non riconoscerlo, scansandolo.
Solitamente si svegliava all’alba e si coricava al tramonto, vivendo senza fretta, cercando di rimanere il meno possibile all’interno del suo eremo, solamente quando le condizioni del tempo erano proibitive.
Fu proprio durante una giornata di inizio inverno, mentre fuori nevicava, che infilò tutti i suoi libri, giornali, diari e scritti nella stufa, uno ad uno, consegnando anche loro all’oblio.
Il tempo in cui una donna sensuale, un’accesa discussione politica, una canzone scritta da un poeta potevano trasmutare in colore, erano dimenticati.
Ormai anche i capricci del cielo non lo sfioravano più; al rifugio preferiva il perdersi nei parchi cittadini, passeggiando silente sotto i viali alberati, evitando i luoghi affollati, addormentandosi sulle panchine quando era stanco.
Non era insolito trovarlo seduto alla base di grossi alberi, preferibilmente querce, o sopra panchine di marmo, incrostate dal guano degli uccelli, mentre osservava di fuori, oltre, immerso in una silente beatitudine.
Nei bar fumosi del paese, nelle lunghe notti invernali, affogando nella noia e nell’alcol si parla ancora di lui qualche volta.
Qualcuno racconta che una mattina luminosa, scaldata dal primo sole della bella stagione, è stato visto sorridere mentre osservava una ragazzina strana, con i capelli tinti di viola.
Lei correva inseguendo dei passerotti, salutandoli “ciao-ciao” con voce di bambina pazza o sotto l’effetto di chissà quale droga.
E lui sorrideva.
Qualcuno racconta che sotto le querce e lungo i viali alberati non è stato più visto, dopo quel giorno di primavera.
Nella foto: Antonio de la Squeva osserva i suoi amorini (cortese concessione di FridaMiVida).
Non trovo nulla di sbagliato nel desiderio di conciliare urgenze espressive e spirituali con il tentativo di appagare altri appetiti ben meno nobili, ma a tutto c’è un limite.
Se non etico almeno stilistico…
Le righe che seguono sono il tentativo di ricostruire una bizzarra avventura e riassumono forse, il mio pensiero riguardo alla mercificazione delle esigenze artistiche.
Partecipai alla convention solo perché ospite, su pressione gentile di una cara vecchia amica addetta del settore.
Da subito, trovai il tutto molto noioso, assurdo, quasi grottesco.
Ricordo, durante la conferenza, un manager abbronzato che illustrava obiettivi e strategie (destinati a fallire miseramente, ovviamente) della major che rappresentava.
Non compresi quasi nulla di quello che disse, ma ho ancora ben impressa l’immagine della sua perfetta dentatura: era candida in maniera quasi innaturale.
Lo trovavo fascinoso, ma non quanto le palme ed i cockatil con gli ombrellini del bar del piano di sotto.
Così tra il papabile uomo dell’anno del Times (l’equazione “maggiore insuccesso è uguale a maggior fama” è sempre valida?) e l’alcol con guarnizioni di frutta, scelsi la seconda opzione.
Ovviamente.
Dopo aver rischiato l’osso del collo rovinando giù dalle scale, al bancone del bar fui avvicinato da due loschi figuri in doppiopetto scuro; avevano una valigetta con loro e puzzavano di naftalina misto dopobarba anni ottanta.
Ve lo ricordate il dopobarba degli anni ottanta?
No?
Meglio per voi.
Dunque. I corvacci attaccarono al mio terzo drink.
Dissero che sapevano chi ero, seguivano il mio lavoro da tempo, sapevano che avevo un potenziale tesoro tra le mani.
Annuii cercando di dissimulare interesse. Iniziarono a ciarlare a proposito di profitti, royalties, diritti di sfruttamento d’immagine, percentuali, benefits…
Io continuavo a lavorare il mio mojito osservando le fronde delle palme mosse dal vento al di là della vetrata, oltre al bancone del bar.
Mentre continuavano a parlare di soldi, picchiavano con la punta delle dita sulla valigetta, come a voler far intendere che ne fosse zeppa.
Si trattava di cifre enormi, spropositate, mai pensate o sentite prima d’ora, viste solo nei fumetti o nei film.
Dopo circa trenta minuti, resosi conto del mio scarso interesse all’argomento, quello che sembrava il capo disse:
“Mr. de
“Veramente l’unica cosa che desidero possedere, fin da ragazzo, è Godzilla. Analmente, intendo. Dubito che tutto quel denaro possa far sì che ciò accada…”
Ero ormai sbronzo all’inverosimile.
Presero atto della mia scelta e del mio tasso alcolemico e senza aggiungere altro mi lasciarono lì.
Decisi che forse era il momento di andare anche per me.
Nella hall vomitai addosso ad una signora abbigliata come la regina Vittoria nello splendore del quadro di Sorolla. Strillò in preda ad una crisi isterica e svenne.
Pronunciai qualche parola di scusa in un improbabile francese e barcollando me la svignai alla ricerca della mia camera.
Mi infilai nel letto vestito, erano le diciotto. O le ventiquattro?
Mi ritrovai nudo, incaprettato e con una mela in bocca.
Ero prono su un grande piatto ovale in argento, posizionato al centro di un tavolo di cristallo.
Sedute attorno, tredici inquietanti figure sedute in cerchio mi osservavano farfugliando tra di loro in un idioma che non avevo mai sentito prima.
Di alcuni di loro intravedevo in trasparenza, sotto il tavolo, mostruose nudità e zoccoli ungulati.
Dalle vetrate, coperte malamente da pesanti tendaggi in velluto rosso, filtravano raggi di sole che, mettendo in evidenza la polvere presente nell’aria, baciavano in volto la gigantografia di Elvis appesa al muro.
Quel luogo odorava di antico.
Riuscii a riconoscere alcuni volti dei presenti:
C’era il manager abbronzato, i due loschi figuri in doppiopetto nero, un ex top delle UK charts ormai dimenticato dai più, Patrizio Rovelli, l’amministratore delegato della Boring Machines LTD, quel famoso critico musicale dall’accento portoghese, il principe di Hammerlake, un avvocato onorevole ed altri ancora.
A capo tavola un tizio incappucciato, con una tuba stilizzata disegnata sul petto.
Il portoghese di tanto in tanto alzava il tono, prontamente rimbrottato dal tizio con il cappuccio.
Tutto questo durò almeno cinque interminabili minuti, poi si spalancò una porta.
Il silenzio calò sulla stanza, e con quello la paura su di me…
Apparve una figura minuta, vestita di nero, una ragazzina dai capelli viola che con passo deciso si avvicinò al tavolo e punto l’indice verso di me.
Al suo comando i tredici furono presi da una furia bestiale; alcuni di loro emettevano suoni rochi e sordi, soffiando e sbavando.
Altri salirono sul tavolo digrignando denti acuminati, con occhi rossi di ferocia mefistofelica.
Io ero paralizzato dal terrore e dalle corde...
Mi risvegliai in un bagno di sudore freddo, il cuore come una locomotiva.
Senza pensarci troppo riempii la valigia alla rinfusa, dimenticando spazzolino, un Carver e souvenir.
Poi fuggii alla stazione, salendo sul primo treno verso casa.
Solo al confine mi resi conto di aver sbagliato direzione…
Niente male per uno che di solito i treni li perde.
Quel giorno abbandonò la scuola in anticipo, falsificando per l’ennesima volta la firma della madre.
Si fermò da un fiorista, scegliendo mezza dozzina di rose rosse, dando così fondo a parte della generosa paga settimanale, elargita da una madre fiduciosa ed ambiziosa più del figlio; il padre si era già arreso da tempo al fallimento che si annunciava a breve scadenza, forse per via della bizzarra acconciatura che da qualche tempo il ragazzo esibiva, forse perché non subiva l’influenza dei mielosi programmi televisivi del pomeriggio, dove tutto sembrava sempre finiva nel migliore dei modi.
Le pile del walkman si scaricarono alla fermata dell’autobus, iniziò pure a cadere una finissima pioggia; le rose trovarono protezione sotto lo spolverino nero, i capelli persero la loro plastica posa, il walkman finì dentro lo zainetto, in compagnia dei libri quasi nuovi.
Dopo essere giunto in città, si diresse verso il ponte dove qualche mese prima la baciò per la prima volta; il cielo cambiò setaccio, gocce d’acqua sempre più grosse si impattavano a terra e su di lui provocando sordi tonfi.
Lo smalto verde brillante iniziava a scrostarsi dai vecchi anfibi, anche i piedi non erano più all’asciutto.
Una volta giunto sul luogo dell’ennesimo appuntamento, smise di osservare il canale, perdendosi nell’esercizio di ricerca del vuoto.
Dopo un’ora e mezza di attesa convenne che non si sarebbe mai fatta vedere.
Senza sapere quali domande porsi, imboccò la via del ritorno, automaticamente, in un silenzio quasi catatonico.
Aveva il mazzo di rose bagnate ancora strette nella mano destra, puntate verso il suolo, gocciolanti e sciupate.
Era ormai buio.
Si fermò di fronte alla casa dell’amica terza incomoda, confidente e portatrice di consiglio, nella speranza di trovare se non conforto, almeno qualche segnale che lo guidasse verso la comprensione.
Nessuno rispose al citofono, nessuno aprì la porta; in lontananza si vide qualcuno sbirciare dalla finestra.
Poi la luce del soggiorno, oltre alla tenda, si spense.
Qualche attimo di incertezza, poi sfilò un laccio dagli anfibi, strappò il cellophane colorato che adornava il mazzo ed appese al cancello quello che restava dei fiori spinosi, a testa in giù.
Il biglietto che li accompagnava lo ripose in tasca, con gesto automatico.
La giornata si concluse nel “club dei più grandi”, sperperando tutto il denaro rimanente nella ricerca dell’oblio, prima davanti al bancone, trovandolo poi (per la prima volta), dentro a macchine scassate parcheggiate al buio, dietro al locale.
Nei giorni successivi tutto gli apparve diverso, vuoto, anche il the verde non aveva più lo stesso gusto; leggerezza artificiale, distacco.
Lo stato di anestesia dell’anima durò poco più di una settimana; tutto finì nel momento esatto in cui riuscì a ricostruire e riconoscere le poche parole scritte sul foglio logoro, a frammenti, dimenticato e ritrovato per caso in tasca.
Da lì, il progressivo crollo.

La notte successiva, rileggendo gli appunti, con l’intento di sistemarli ed al contempo di concretizzare in maniera utile l’insonnia, si rese conto di tutte le cose che erano accadute in rapida successione.
Come in un copione magistrale, flashback, dejà vu ed apparenti casualità si incastravano perfettamente, connesse tra loro da un sottile filo rosso.
All’interno di una libreria, Claudia afferrò un volume inerente alla pop art ed iniziò sfogliarlo con interesse, senza rendersi conto di aver messo alla luce una sua biografia.
Si trattava di una dispensa economica, parte di una collana per studenti che lui possedeva per intero, eccezione fatta proprio per quel titolo, che era scomparso da casa, improvvisamente, qualche anno prima.
Senza sforzarsi di ricordare dove poteva essere finita la sua copia privata, decise di sostituirla all’istante e si diresse alla cassa.
Senza pensarci neppure una frazione di secondo, salì l’ampia scalinata che portava alla cassa, lasciandosi dietro i suoi due ospiti, con l’incarico di decidere dove andare per il pranzo.
Dopo, vagando guidato dai sensi, si soffermò nell’ultima sala prima dell’uscita, magnetizzato da un grande quadro scuro, lucido.
Iniziò a sentire presente una strana sensazione, disincanto senza pesantezza, infelicità senza desiderio.
Due di loro si fermarono ad osservare la tela, ponendosi alle sue spalle, uno per lato, come cherubini innocenti.
“Secondo te, a cosa pensa?” chiese il ragazzo.
“Sta cercando qualcosa” rispose la ragazzina.
“Dove?”
"Lì” indicando verso l’opera grigia e nera.
Il ragazzo si avvicinò al dipinto, quasi volesse toccarlo, scatenando un’ansia controllata nella giovane guardasala. Dopo averlo osservato per qualche istante con curiosità, esclamò con tono che ruppe un silenzio quasi sacro:
“MA QUI NON C’E’ NULLA!!”
La ragazzina replicò, sorridendo dolcemente:
“Forse stai cercando nel posto sbagliato, forse stai guardando semplicemente con gli occhi sbagliati.”
Prendendosi per mano si diressero verso l’uscita.
Annichilito cercò un segnale di conforto negli occhi della guardasala.
Lei era forse ancor più smarrita.

Mi svegliai con un gran mal di testa, sudato fradicio e senza forze.
Non sapevo dov’ero, ricordi confusi, il pavimento era freddo, metallico, l’aria era fetida, umida, pesante, la bocca amara ed impastata.
Chissà da quanto tempo ero lì dentro e chissà come ci ero arrivato.
Fuori, rumori di macchinari in movimento, un sibilo basso e continuo, un vociare che si avvicinava: una lingua incomprensibile, minacciosa, veloce, sconosciuta.
L’istinto mi spinse verso la luce e iniziai a picchiare violentemente la parete, le nocche mi sanguinavano.
Di risposta, urla cattive di rimprovero; dopo pochi istanti, da un’apertura alla mia destra, un potente getto d’acqua mi spinse a terra, mi fu lanciato qualcosa contro.
Era del cibo.
Ero arrabbiato con me stesso, non avevo voglia di nulla.
Poi, nella strada verso casa, cambiai idea e feci una deviazione.
Posto straniero, gente nuova, stessa vecchia storia.
La musica era addirittura più becera; i long drink, per fortuna, migliori.
Perso nei divanetti e nell’abuso, mi ero ritrovato a confidare il mio desiderio di distacco radicale da tutto ad una faccia sconosciuta, dalla voce serena e rassicurante
Così rassicurante che affermai fermamente che ero pronto, il momento di cambiare era giunto.
L’ultima cosa che ricordo è il suo sorriso e –forse- un suo bacio.
Poi il buio.”
Mi diressi subito verso la parete dove immaginavo la porta; spingendola, magicamente si aprì.
Ero su una banchina, alcuni container dai colori sbiaditi, alcuni corrosi dalla ruggine e dalla salsedine, erano allineati di fronte al mare, azzurro come non lo avevo mai visto, e sotto un sole caldo e straniero.
Uno di loro, quello giallo con gli ideogrammi sui fianchi, era stato la mia prigione e, probabilmente, il mio vettore.
Sull’ovale era inciso il numero due.
La mia barba, al tatto, era lunga almeno di quindici giorni.
Il vento era tiepido, aveva un buon profumo; in lontananza giovani operai muscolosi, dalla pelle bruna, mi osservavano con sospetto fumando.
Mi guardai bene dal dirigermi verso di loro.
Senza dire una sola parola mi consegnò una grossa busta azzurra, e con il braccio teso mi indicò un piccolo bungalow poco distante, sul mio cammino.
Poi corse via, in direzione opposta, verso il piccolo porto.
Ruppi subito il sigillo dell’involucro, curioso: all’interno trovai del denaro, dollari americani in biglietti di piccolo taglio (qualche migliaio, per la precisione, quantificai contandoli, successivamente) e una chiave.
Sulla chiave, impresso in rosso, il numero due.
Appena dentro, vidi sul tavolo un piccolo quaderno dalla copertina blu.
Lo afferrai e senza sfogliarlo capii subito che si trattava del mio moleskine.
Dopo averlo riposto, uscii sulla veranda.
Seduto osservai a lungo il mare, pensando al nulla senza alcun sforzo.
“Non sempre quello che voglio fare corre nella stessa direzione di quello che devo fare”.
La stazione d’arrivo non era cambiata molto dall’ultima volta che l’avevo vista, giusto vent’anni prima.
Completamente opposta, invece, la motivazione che mi spingeva verso la montagna: nessuna voglia di fuggire alla routine, bensì esigenza di rientrarci, dopo tanto caos.
Una vacanza da me stesso.
"Peccato per il paesaggio, gli abeti imbiancati e i larici spogli non perdono mai il loro fascino”. Era ormai l’inizio di Dicembre.
I villini e le grandi colonie erano vuote, d’inverno il turismo non offriva grandi attrattive, in quella zona perennemente in ombra.
Svuotai la borsa sulla scrivania: una mela, il diario, un vecchio biglietto d’aereo, la macchina fotografica, una busta di tabacco quasi nuova.
L’intento era di scrivere, avevo troppe cose dentro che portavo appresso da tanto tempo ma, quel silenzio irreale e il paesaggio fuori della finestra mutarono i miei sentimenti caotici in una calma che non ricordavo, mi sentivo come vuoto, leggero.
Dormii moltissime ore, vestito, era già giorno di nuovo, i telefoni erano scarichi, non avevo più neppure un riferimento temporale.
Attesi un po’ leggendo un quotidiano del mese precedente, ma non giunse nessuno, neppure dopo aver chiamato.
Stanco di aspettare presi alcuni panini, una tazza di caffè, una bottiglia d’acqua, lasciando del denaro sul bancone; in lontananza qualcuno spaccava la legna.
Probabilmente aveva nevicato molto in quota quella notte; ai margini del bosco, dove era situata la locanda, se ne vedevano le tracce.
Alla guida dell’auto, una ragazza dai capelli scuri e corti; sul sedile posteriore, una bimba sui dieci anni che mi salutò.
Ricambiai con un sorriso.
Stavo bene, ero sereno, le nuvole erano così basse da impedire di vedere dove si trovava il tornante successivo.
Trovai il sentiero, ben segnato con vernice rossa su una roccia.
Dovevo percorrerlo, lo sentivo.
Attraversai il bosco abbastanza velocemente, le gambe si muovevano da sole, la testa era libera e le aiutava nell’impresa.
Poi gli alberi terminarono, e con loro la penombra: di fronte a me il falsopiano coperto da circa un metro e mezzo di neve, illuminato dal sole irreale, che riverberava, accecandomi; in fondo, nascosto nel bianco, il tetto del rifugio.
Il panorama candido trasmutò progressivamente verso toni più accesi, diventando alla fine scarlatto, dentro il petto un tamburo mi rendeva sordo, l’aria non mi bastava più, la testa voleva esplodere.
Poi l’inferno finì, di fronte a me la porta solida di legno.
Era chiusa.
La calma divenne rabbia, per poi scemare in disperazione, insicurezza.
Tornai velocemente sui miei passi, per l’ennesima volta, temendo l’imbrunire.
Dopo molto tempo avevo freddo.